
Avrò avuto cinque anni, mia madre come di consueto mi portò a fare un giro, abitavamo in un bell’appartamento al settimo piano di un grande palazzo del centro, quelli in edilizia economica popolare.
Sotto il cortile condominiale raccoglieva le auto e le moto e un piccolo giardino con due muretti per sedersi, appena fuori una via di platani costeggiava la strada principale zeppa di mezzi in fila al semaforo, una striscia di verde e di quiete che ci divideva dalla città.
Mia madre camminava lenta ed intonava una canzone dei Ricchi e Poveri osservando leggera i raggi del Sole che trapelavano tra le foglie, mentre sulle panchine una coppia si baciava, una signora ricamava all’uncinetto e il dottor Ugo seduto leggeva il Corriere fumando il suo toscanello con il cane stravaccato a terra come un tappetto peloso.
Erano i primi anni settanta, gli anni della speranza cieca nel futuro prossimo per la mia famiglia, la macchina appena finita di pagare a rate, il frigo e la televisione saldata in contanti, il divano in pelle nella sala e il mutuo non un peso ma un sistema sostenibile per gli anni avvenire, il pensiero di me possibile dottore o almeno diplomato.
Tutto era luce quel giorno nel volto di mia madre, immagini fluide in attesa di sedersi per leggermi una storia, poi una mano a strattonare la sua, il buio sotto i suoi occhi, una voce gutturale, cavernosa, antica come la notte “Enzo, Enzo Guidi, tuo figlio farà una cosa grande per il paese, per il mondo, ma morirà, morirà”.
L’istinto materno ricacciò quella mano ruvida come carta vetro e balzò in avanti, il cuore le pulsava nella gola, poi si voltò.
In terra inginocchiata di fianco alla panchina una fattucchiera indicava con l’indice puntato “Enzo, Enzo Guidi, tuo figlio, farà una cosa grande per l’umanità, ma morirà”.
Non riuscì a rispondere, accelerò il passo per portarsi lontano da quella donna che ancora proferiva quella sentenza, ma non erano tanto le parole ad agitarla quando quella voce agghiacciante, quel volto nodoso come intarsiato nel legno e quegli occhi neri e opachi come il carbone, anche quel dito puntato pareva la punta di una freccia avvelenata indirizzata verso il suo cuore.
Tentò di recuperare l’ultima panchina, quella prossima alla fine del viale e vicina al caos cittadino, si sedette con me di fianco, aprì il libro, provò a leggermi qualche brano, ma era distratta, nervosa, perdeva continuamente il segno e non dava tono e ritmo al racconto.
Decise di riportarmi in casa, il suo sguardo era inquieto, ombrato da strani presagi, utilizzò il marciapiede intorno al palazzo, non si accorse neanche del saluto di Floriana la portiera, tirava nervosa la mia mano come le briglie di un cavallo.
A pranzo ne parlò con mio padre, era sconvolta, non le era mai capitato una cosa del genere, come poteva sapere quella donna il mio nome, lui in compenso si fece una grassa risata e poi con il suo solito fare persuasivo da poliziotto la calmò.
Mia madre morì che avevo venti anni, dopo la sua morte per anni proprio mio padre mi narrò l’episodio, specialmente quando le cose non mi andavano così bene, ovvero spesso, quasi a volermi rassicurare con tono ironico che in base a quello detto dalla fattucchiera una volta che facessi una cosa grande sarei anche morto, quindi meglio farne una buona o media così da non rischiare.
Ora quella cosa grande era arrivata, a poco più di quarant’anni, con la relativa e possibile, se non certa, conseguenza.
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